La zona del Sasso di Furbara costituisce una propaggine dei Monti della Tolfa, facilmente raggiungibile sia dalla costa che dal lago di Bracciano. Nell’VIII sec. a.C. era disseminata di piccoli abitati, analogamente alla fascia costiera da Santa Severa fino a Civitavecchia e al territorio lungo il Mignone: con lo sviluppo di Caere (Cerveteri) nel corso del VII sec. a.C., la regione rientrò nell’orbita culturale del grande centro etrusco. Facili itinerari interni consentivano di raggiungere la valle del Tevere, controllata da Veio.

La necropoli villanoviana del Caolino fu individuata nel 1951 sulla sommità di una collinetta nel versante settentrionale del Monte Sughereto, scoperta in seguito ai lavori di estrazione del particolare tipo di argilla cui deve il nome. La maggior parte delle tombe recuperate, 42 in tutto databili tra il 750 e il 700 a.C., erano a inumazione in fossa e a deposizione singola. Fanno eccezione una sepoltura bisoma, alcune fosse vuote e tre casi di cremazione in pozzetti di grandi dimensioni.

Di norma le fosse avevano un orientamento est-ovest, erano profonde e presentavano un riempimento di sassi e segnacoli lapidei in superficie. Le modalità di sepoltura prevedevano normalmente la posizione supina del defunto, la presenza di un fondo ligneo (corteccia o tronco di albero svuotato), di pietre poste l’una accanto all’altra intorno al defunto e di un masso più grande posto in prossimità del cranio e uno più piccolo all’estremità opposta. I corredi funebri presentano scarso vasellame, e sono spesso caratterizzati da una fuseruola o un vasetto con alcune fibulette presso il cranio, una coppia di fibule con anelli da sospensione fissate alle spalle, qualche piccola fibula lungo il corpo, alcune perla di pasta vitrea sul torace e un anello di bronzo presso il piede. Nelle tombe più ricche sono presenti altri elementi, spesso in materiali preziosi, come ad esempio orecchini in oro o argento o scarabei in ambra, faïence e avorio. Eccezionale la presenza nella tomba 4 di una sorta di lente in cristallo di rocca di forma piano-convessa, perfettamente molata e di buona trasparenza dagli innegabili effetti ottici di ingrandimento e concentrazione della luce.

I materiali trovano puntuali confronti sia con quelli di Tarquinia sia con quelli di Veio.

La barca cenotafio

Oggetto: Imbarcazione monossile in legno di quercia
Provenienza: Necropoli del Caolino, Sasso di Furbara (Cerveteri, Roma)
Datazione: Prima età del Ferro (VIII sec a.C.)
Inventario: 166054

La barca cenotafio (tomba n. 42)

Del tutto insolita la presenza nell’area della necropoli di una particolare “sepoltura”, contrassegnata in superficie da una grossa lastra di pietra palombina. La fossa, rettangolare, conteneva non resti umani ma un’imbarcazione monossile lunga circa 3 metri ricavata da un tronco di quercia. Come nel resto della necropoli essa era riempita di sassi intorno, dentro e al di sopra della barca, fatto che suggerisce una deposizione in memoria di un personaggio di spicco del villaggio forse morto affogato.

Purtroppo si trattò di un ritrovamento fortuito durante lavori di ampliamento della casa del guardiano. Scambiata inizialmente per una vecchia mangiatoia e ritenuta d’intralcio per il prosieguo dei lavori, l’imbarcazione, che si era mantenuta integra nei secoli, fu fatta a pezzi. Nel fondo erano adagiati vari strati di tessuto che, ahimè, subirono la stessa sorte del natante. Sentita la notizia il marchese Patrizi, appassionato di archeologia e promotore delle ricerche nella necropoli, cercò di recuperare tutto il materiale ligneo possibile e i frammenti di stoffa dispersi nel terreno circostante.

In realtà questi frammenti, per quanto piccoli, costituiscono uno dei corpus di tessuti dell’età del ferro più importanti fra quelli noti in Italia, sia per la varietà e sia per la qualità della lavorazione, a partire dalla preparazione e filatura della lana, per arrivare a complesse tipologie di intrecci. Troviamo diversi tipi di tele e saie, tra cui saie a diamanti, ma su tutti spiccano  la varietà e la complessità dei bordi tessuti a tavoletta. Inoltre, non avendo subito mineralizzazione nel tempo, i frammenti conservano intatti i pigmenti del colore che all’atto del ritrovamento conservavano intatta la loro vividezza, descritta dal fortuito scopritore come “un verde forte, un rosso vinaccia e un altro scuro”.

Nel 2017 è stata avviata una nuova esaustiva indagine scientifica, in collaborazione con l’Università di Cambridge, promossa dalla prof.ssa Margarita Gleba, nel corso della quale si è proceduto ad una completa analisi strutturale dei tessuti, una nuova campagna fotografica, anche al microscopio, nuove datazione al radiocarbonio e analisi per l’identificazione delle fibre e delle tinture. Si è quindi provveduto ad attuare un nuovo metodo di conservazione dei frammenti tessili, studiato e messo a punto con la restauratrice Alessandra Montedoro e l’arche-sperimentatore Ettore Pizzuti. Quest’ultimo ha dato un’importante contributo per la ricostruzione sperimentale delle tecniche a tavoletta utilizzate per i bordi dei tessuti. Tutta la ricerca sarà oggetto di una prossima pubblicazione monografica.

Modelli 3D di alcuni reperti nel sito

Diverse strutture 3D sono state generate a partire da acquisizioni basate su fotogrammetria 3D per ricostruire la superficie esterna e la texture dei modelli interattivi, questi modelli 3D sono stati fusi con strutture 3D topografiche ottenute con raggi X e Risonanza Magnetica. Queste due tecnologie, normalmente utilizzate in ambito biomedico e clinico, permettono di visualizzare anche l’interno degli oggetti reali differenziando materiali o fasi diverse che compongono i manufatti. Di seguito alcuni reperti ricostruiti:

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Museo Pigorini – Imbarcazione